Le schegge della guerra sulle facoltà dell’uomo

L’introduzione al Dossier sulla guerra che ho scritto insieme a Giovanni Barracco per il numero 26 di «Testo e Senso».


Il sergente X è un reduce dallo sbarco in Normandia, di stanza in un villaggio della Baviera nelle settimane successive alla vittoria delle forze alleate. Prima della partenza per il fronte, era un giovane laureato che aspirava a una carriera di scrittore – come il narratore del racconto che con teatrale goffaggine cela la sua esperienza autobiografica dietro la terza persona in incognito del nome del suo protagonista. Ora, è un uomo incapace di leggere, le gengive che non smettono di sanguinare, la testa trafitta da emicranie lancinanti, le mani gelatinose e il volto scosso da tic incontrollabili. Quello che gli resta dei suoi precedenti contatti con il mondo che gli era familiare è un’ironia misantropa e una scrittura sopra la media del livello di alfabetizzazione dei commilitoni, abilità entrambe indirizzate al caporale Z, la cui mamma trova le lettere del figlio molto più intelligenti da quando frequenta X. X che scrive per conto altrui ma non legge: sul suo scrittoio una pila di lettere e di pacchi attendono da settimane di essere aperti, senza troppa speranza. Il tentativo terapeutico di scrivere a un amico si interrompe con le difficoltà che le dita tremanti affrontano nell’inserire il foglio nel rullo della macchina da scrivere. La testa di X cade catatonicamente in avanti, tra le sue braccia. Gli occhi si aprono qualche minuto dopo e notano un pacco che aveva resistito allo sgombero dettato dalla necessità di fare spazio alla macchina da scrivere sul piano del tavolino. Il pacco contiene un orologio e una lettera, datata 7 giugno 1944, il giorno dopo lo sbarco delle truppe anglo-americane sulle coste della Normandia. La mittente è Esmé, una bambina di tredici anni incontrata in un pub di Devon, Inghilterra, il 30 aprile del 1944, nei giorni di preparazione del D-day. Esmé e il suo fratellino di cinque anni, Charles, erano stati per i trenta minuti di quello stravagante incontro una parentesi di vita, umanità e compagnia sensibile nella cornice di una solitudine straziante e foriera di morte. L’orologio, un cronografo appartenuto al padre di Esmé morto in Africa, ha il vetro rotto, una conseguenza dei continui spostamenti del pacco all’inseguimento dei cambi di indirizzo del destinatario.  Il sonno che sorprende il sergente X mentre per un intervallo di tempo non misurabile tiene il cronografo tra le sue mani è a questo punto un sonno diverso, non è una catalessi, è una speranza, avverte X, la speranza di avere almeno una probabilità di «ridiventare un uomo con tutte le sue fac… f-a-c-o-l-t-à intatte» dalla guerra, come gli aveva augurato Esmé quando si erano congedati quel giorno di primavera del 1944.

Nel racconto di J. D. Salinger, Per Esmé con amore e squallore, la guerra è una presenza immanente e devastante, anche se non è mai raccontata in presa diretta: bastano le sue conseguenze a testimoniare la presenza persistente di un orrore infernale che non vuole abbandonare la condizione umana. Pure a voler guardare il mondo nella prospettiva di un canone occidentale, non è possibile dimenticare che la sua opera fondativa prende le mosse dal teatro di morte di un conflitto rabbioso e sanguinoso. Le stesse qualificazioni linguistiche della guerra ci parlano di una fantasia scellerata dell’uomo di inventare modi e pretesti per offendere, attaccare, contrattaccare altri uomini: di posizione, di movimento, lampo, santa, per bande, civile, totale, atomica, chimica, batteriologica, convenzionale, asimmetrica, fredda, preventiva… Di contro, lo stato di quiete e concordia della pace appare quasi indeclinabile, se non quando ne contraddice la sua nozione (pace armata). La narrazione di pacificazione affermatasi in Europa negli anni successivi al crollo del muro di Berlino questo aveva fatto: aveva rimosso sotto il tappeto della delocalizzazione e della (macabra) delega le armi che continuavano senza vera sosta ad alimentare la presenza di conflitti e violenze nel mondo. Ora che quell’outsourcing si è riscoperto così geograficamente vicino, il numero 26-2023 di «Testo e Senso» ha voluto chiamare ad una riflessione sull’immanenza multiforme della guerra e sulla speranza estatica della pace e di un nuovo umanesimo, nonché sui linguaggi e sulla comunicazione della guerra – e della pace – o, ancora, sui meccanismi di manipolazione mediatica che, soprattutto nella cornice della società dell’infotainment, riverberano e amplificano, sul piano comunicativo, la guerra stessa e la sua ideologia, le sue strutture, i suoi schemi.

È lungo queste coordinate che si sviluppano i dodici contributi presentati in questo numero di «Testo e Senso», che approfondiscono la rappresentazione del tema della guerra nell’espressione letteraria a partire dalla comune idea di fondo che i modi della rappresentazione artistica del conflitto implicano sempre anche un’ermeneutica del conflitto stesso che a sua volta interroga profondamente l’umanità, la sua natura.

Una lettura complessiva dei saggi del Dossier conferma la significatività del tema da un punto di vista storico, critico e interpretativo: in senso diacronico, le opere prese in considerazione dagli autori coprono un arco temporale che muove dai modi della rappresentazione della guerra nei poemi epico-cavallereschi del XVI secolo fino all’estrema contemporaneità; in senso critico, la prospettiva naturalmente comparatistica, per cui gli oggetti d’indagine sono opere di lingua italiana, francese, inglese e tedesca, investe sia la forma delle opere, che presentano e a volte uniscono codici e generi differenti – diari, memorie, romanzi, poesie, graphic novel, ma anche fotografie e fumetti che si legano alla pagina scritta – sia la riflessione ermeneutica sulle opere, che coinvolge discipline diverse, tra cui la linguistica, la storia dell’arte, la sociologia, le scienze della comunicazione.

Attraverso la ricognizione di un gruppo variegato di testi che trattano, o rappresentano, la guerra, si ricavano così interessanti considerazioni intorno a concetti come lo sradicamento e l’identità, la forma di espressione e rappresentazione del trauma, il problema dell’insufficienza del dire, la necessità del recupero memoriale e le sue declinazioni. Al tempo stesso, l’analisi stilistica e linguistica – e del lessico anche comune come primo dispositivo, più o meno consapevole o sottile, della conflittualità – consente di osservare quali meccanismi, quali dispositivi narrativi, formali, per l’appunto stilistici, si attivano davanti al problema della rappresentazione e del racconto del conflitto. Dalle scelte che presiedono al racconto tecnico della guerra nei poemi cinquecenteschi fino alla narrazione della decolonizzazione post-britannica e delle sue conseguenze psicologiche si delinea dunque una semantica del conflitto che sembra rinviare a una consustanzialità tra il tema, i nodi concettuali che questi chiama in causa e i generi e gli stili cui si ricorre, confermando come la forma dell’espressione artistica – “il problema del romanzo” – sia sempre legata al nucleo tematico, la sostanza, cui si vuole dare corpo.

Nel contributo di Cortesi sulla guerra nei poemi epico-cavallereschi l’interesse è rivolto all’evoluzione della rappresentazione delle scene belliche dal punto di vista stilistico-linguistico, evidenziando la ricorrenza di situazioni e moduli fissi, l’uso di tecnicismi militari, l’inserimento di dettagli tecnico-realistici alla luce sia dell’ideologia degli autori verso la guerra, sia dell’introduzione di alcune novità militari – le armi da fuoco anzitutto – destinate a modificare profondamente la percezione, e dunque anche il racconto del conflitto.

Al problema della rappresentazione e della irrappresentabilità della guerra, nelle forme della Prima guerra mondiale, è dedicato il contributo di Pizzimento che accosta due resoconti del conflitto, In Stahlgewittern (1920) di Ernst Jünger e Viva Caporetto! (1921) di Curzio Malaparte, contraddistinti da uno schema euristico che traccia un continuum tra la rappresentazionediretta e immediata del conflitto e la sua interpretazione, mediata dal pensiero e dall’ideologia dell’autore. Seguendo questa comparazione si individua infine nel ricorso ad una mise-en-intrigue letteraria il dispositivo che consente ai due autori di risolvere il problema dell’irrappresentabilità del conflitto.

Sempre alla rappresentazione del conflitto, tema a doppio filo legato a quello della sua dicibilità, del trauma della sua esperienza, della necessità del racconto e delle forme e dei modi della sua espressione rimandano i contributi di Rocchi, Favaro e Cecamore. Nel caso di Rocchi, l’oggetto dell’analisi è l’opera Das alles gab es einmal di Max Krell, che raccontò e testimoniò l’emigrazione degli intellettuali tedeschi in Italia – e il suo stesso esilio fiorentino – e le tragedie dei conflitti mondiali. L’esperienza diretta della guerra, oltre a garantire un profondo realismo della rappresentazione, rende affine l’opera di Krell, per certi versi vicina alla cronaca, a quella di altri scrittori-testimoni quali Remarque e Hemingway, specie nei passi in cui si avvicendano la rappresentazione della brutalità e quella di una ancora possibile e miracolosa solidarietà umana, a riprova di quel viluppo di male e bene che agita l’uomo e che la guerra fa emergere più che ogni altra esperienza.

Nel saggio di Cecamore l’interesse è rivolto al dispositivo del discorso indiretto libero cui Claude Simon ricorre per raccontare gli effetti traumatici della guerra sulla psiche umana in La Route des Flandres. Il contributo sagoma il perimetro del memory monologue, analizza le sue componenti e illustra come questi si riveli una soluzione particolarmente efficace, nella cornice dello sperimentalismo degli anni Sessanta, per restituire l’attività cognitiva del protagonista – con un particolare realismo nella descrizione del processo cognitivo – proprio focalizzando il modo in cui viene evocata l’incapacità di costruire un discorso sui propri ricordi della guerra.

È dedicato alla forma del diario di guerra e prigionia lo studio di Favaro, che si sofferma sulle pagine di Diario clandestino e in altre pagine di Giovannino Guareschi che trattano la sua esperienza di internato durante la Seconda guerra mondiale. Qui, l’obiettiva descrizione della realtà della guerra muove lo scrittore – in virtù di un personalissimo sentimento del tempo che incide in profondità nella sua cognizione dell’esperienza bellica – alla costruzione, all’espressione di un tempo alternativo che costituisce una reazione all’orrore della guerra, attraverso il ricorso a fantasie, desideri, sogni tradotti in parole.

A testi e a fatti storici ed esperienze politiche contemporanee sono dedicati i saggi di Suverato e Marino. Nel lavoro di Suverato il raffronto e l’analisi dei romanzi Il decoro e Middle England di David Leavitt e Jonathan Coe, usciti tra il 2018 e il 2020 all’indomani della “Brexit” e dell’elezione alla presidenza americana di Donald Trump, servono a svelare, combinando gli strumenti della critica letteraria con quelli sociologici, i sintomi del declino della politica occidentale, ostaggio di una comunicazione verbale schizofrenica, sospesa tra rivendicazioni identitarie, retoriche vittimarie e velleitari irenismi. I due romanzi sembrano fotografare, sociologicamente, una condizione occidentale, più che soltanto britannica e statunitense, caratterizzata dall’incapacità di ritrovare una autentica dialettica politica, la cui conseguenza è il rifiuto dell’agone – rinchiudendosi in una comfort-zone psico-ideologica chiusa all’esterno – o lo scontro che non ammette conciliazione, conflitto anti-politico e pre-politico che ammette solo l’annientamento dell’altro come unica soluzione, chiuso a ogni negoziazione.

Il lavoro di Marino si concentra sulle dieci storie, unite a un più lungo racconto d’invenzione, che Manjira Majumdar ha raccolto e scritto nel 2022 in No Return Address: Partition and Stories of Displacement, dove affronta le conseguenze della partizione del Subcontinente indiano al fine di fare luce sulla storia della spartizione tra India e Pakistan del Bengala (dalla cui zona orientale originò infine il Bangladesh nel 1971). Fulcro del saggio è l’indagine dei sentimenti di sradicamento e di perdita che segna e lega i protagonisti dei racconti, accomunati da un medesimo desiderio di trovare un luogo cui appartenere, nucleo intorno al quale ancorare una propria ancor viva, seppur rotta, identità.

Su un versante formale si svolge lo studio di Gallegati sui concetti di pacificazione e conflitto ne L’Antidoto di Vittorio Alfieri. Qui il tema del conflitto è affrontato da un punto di vista formale e psicologico, secondo cui dopo la condanna antifrancese suggellata dall’opera satirica del Misogallo, nell’ultima fase artistica Alfieri sembra cercare una pacificazione, che si rivela però possibile e pianificabile solo nell’illusorio mondo dell’utopia proposto dalla commedia.

I saggi di Rusciano e Corosaniti approfondiscono delle opere caratterizzate dalla contaminazione tra codici. Rusciano si concentra su un “fototesto poetico” trascurato di Bertolt Brecht, L’abicì della guerra, sillabario per immagini della Seconda guerra mondiale pubblicato nel 1955, il cui originale formato, ricco di sperimentazioni formali, è dovuto proprio alla consapevolezza del drammaturgo dell’importanza che le immagini stavano acquisendo nel sistema della comunicazione di massa. Il Kriegsfibel brechtiano viene poi analizzato nella riscrittura che ne fanno Adam Broomberg e Oliver Chanarin in War Primer 2 del 2018, che vuole descrivere, anche nell’ottica di una maggior comprensione degli eventi del passato, come sono cambiati la guerra e il suo racconto. Corosaniti conduce invece uno studio sui testi che hanno raccontato i fatti del G8 di Genova del 2001 e che hanno cercato di restituire un significato all’insensata violenza di quei giorni ricorrendo a una feconda commistione di visivo e verbale, di immagini e scrittura, a cominciare dalle opere a fumetti di Zerocalcare.

Il contributo di Orefice L’esilio e la vendetta: il salmo 137 nelle versioni di Guido Ceronetti e Davide Brullo indaga le forme in cui la guerra trova espressione nel salmo 137, tramite le traduzioni poetiche di Ceronetti e Brullo, che del popolo ebraico sottolineano l’uno la furia vendicatrice e l’altro la disperazione dell’essere vittime. Lungo questo salmo che può implicare l’intera storia letteraria occidentale, e seguendo le interpretazioni dei due poeti, si ricava una dicotomia – quella tra la tensione alla rivalsa e la desolazione della vittima – che mostra quanto il conflitto caratterizzi il linguaggio biblico e quanto del linguaggio poetico moderno da questi discenda.

Infine, con uno studio di tipo linguistico, compiuto da Bertini Malgarini, Caria e Favaro, Parole oltre i conflitti: il lessico della gentilezza, si presentano i primi risultati di un’analisi linguistica che mira a esplorare l’uso decostruttivo delle cosiddette “parole gentili” rispetto alle parole dell’odio e del conflitto. Della parola “gentile” viene ricostruita l’evoluzione diacronica per mostrare come nel corso del tempo si siano affermati valori spesso distanti rispetto a quelli originari fino a giungere, in alcuni casi, a impieghi nei quali il termine acquisisce, sulla base del contesto, significati non positivi. Di tali significati di “gentile” rimane traccia nel patrimonio della lingua italiana, anche in questo caso con valori non sempre positivi. Sembra dunque emergere come gli studi dei modi e delle forme della rappresentazione del conflitto qui presentati abbiano delineato uno spazio di ricerca ampio, negli approcci critici, nelle discipline coinvolte, nelle scelte testuali, che ha affrontato e svolto il tema del Dossier proprio alla luce della citazione del titolo Un’umanità con tutte le facoltà intatte, e cioè con la consapevolezza che è attraverso l’opera letteraria, nell’espressione artistica – nella scelta di dare conto e forma di un’esperienza, o un fatto, decisivo, terribile e così tragicamente umano come la guerra, attraverso una scrittura, e cioè con un’operazione di riflessione e stilizzazione – che un’umanità si può, per l’appunto, ricomporre, ritrovando, scheggiate e incrinate, ma forse ancora intatte, tutte le proprie facoltà.